Stefano Ferri, dalle parole ai numeri: così la statistica dell’epidemia conquista i social

Stefano Ferri

Lui è Stefano Ferri, professionista milanese della comunicazione, giornalista, autore di romanzi di successo. Ma anche appassionato di statistica, “uno degli esami più terrificanti che ho dovuto sostenere all’università”, racconta, “che all’epoca non mi fece dormire di notte. Ma è una scienza che oggi ho rivalutato: perché i dati non mentono mai, se li tratti con rispetto”. Proprio grazie a questa conoscenza lontana nel tempo, ma evidentemente non nel cervello e nel cuore, Stefano dall’inizio del lockdown ha iniziato a elaborare i numeri della pandemia e tutti i giorni, dopo le sei, posta su Facebook l’andamento della giornata. Bene, questi piccoli messaggi affidati al social network – precisi e puntuali, ma anche gentili e quando possibile rassicuranti – hanno conquistato una platea di fan che si allarga quotidianamente. “E’ vero, esiste un bel gruppo di persone che aspetta i miei dati, anche per commentarli insieme” aggiunge Ferri.

Il tuo è un percorso davvero singolare.  Sei una persona nota, non solo nell’ambiente professionale, come comunicatore, autore e profondo estimatore delle parole. Eppure su Facebook sei diventato famosissimo come “elaboratore” di numeri. Ci puoi raccontare come è nata questa tua idea? 
E’ nato tutto da una mia esigenza personale. Quando è cominciata l’epidemia, e si è iniziato a parlare, leggere e ascoltare di coronavirus a tutte le ore, confesso che ero terrorizzato. Gli ospedali si riempivano e così le terapie intensive: e io avevo paura. Allora mi sono detto due cose: la prima, ricordati che sei un giornalista, e quindi sai gestire le fonti; la seconda, hai studiato statistica, è una materia che conosci. Così, unendo questi due miei saperi, ho provato a “maneggiare” i dati relativi a contagi, ospedalizzazioni, tamponi e via dicendo. L’ho fatto inizialmente per me stesso, per capire cosa stava succedendo, forse per rincuorarmi. Nelle settimane di stop che tutti abbiamo vissuto, ho studiato e identificato le fonti più attendibili, fino ad arrivare alla scoperta che, in mezzo a un’infinità di dati, quelli più rilevanti erano i carichi delle terapie intensive e il rapporto fra tamponi effettuati e contagiati. Sia chiaro, non sono un medico, ma la statistica è scienza e apre davvero una finestra sul futuro. I dati statistici sono predittivi: raffigurano il domani, non il passato. Quando ho capito come elaborare correttamente i numeri, ho iniziato a condividerli su Facebook: c’è anche chi mi ha attaccato, ma la grandissima parte delle persone so che mi segue con piacere, addirittura affetto.

Dalle tue elaborazioni risulta effettivamente che siamo davvero nella Fase 2? 
In base ai dati, l’epidemia è in regressione da circa un mese. Adesso sta a noi far sì che il problema Covid-19 sia arginato per sempre: se continueremo a utilizzare la mascherina e a rispettare il distanziamento, il virus uscirà dalla porta. A dire la verità, ho cercato di mantenere fin dall’inizio dell’emergenza un atteggiamento positivo: mi ha stupito, come dicevo prima, che diverse persone mi abbiano assalito per questo, in qualche caso sino all’insulto. Forse per alcuni vivere nell’angoscia è un’esigenza, chissà. 

E quando tutto sarà finito, cosa farai di questa comunicazione quotidiana fra te e chi ti segue?
Per ora vado avanti, sento di avere una responsabilità in questo senso. Quando non ci sarà più nulla da dire, me ne accorgerò, così come chi mi legge: ma non è ancora il momento.

Oltre a generare statistiche e previsioni, cosa hai fatto in questo periodo di stand by obbligato?
Ho continuato a lavorare, soprattutto la sera perché di giorno il pc è nelle mani di mia figlia, che come tutti gli studenti fa scuola a distanza. In questi due mesi ho consegnato la seconda parte del mio romanzo, “La ricompensa”, mentre la prima è uscita a dicembre. Con l’editore ci sarebbe piaciuto organizzare un tour nelle librerie, ma dovremo aspettare ancora un po’. Si tratta di un romanzo storico, nel senso che ripercorro una storia vera, accaduta secoli fa. “La ricompensa” è l’allegoria drammatica del senso della vita. In generale, i miei romanzi seguono la “regolarità” dell’esistenza, intesa come sfondo di leggi ineludibili. Ad esempio nel primo, “Seppellitemi in cielo”, il tema è il diverso grado di maturità fra ragazzi e ragazze, dovuto a un fatto biologico. Nel secondo, “Il bambino che torna da lontano”, ho affrontato la regola secondo cui i figli non riescono a cogliere i sacrifici e le fatiche dei genitori se non quando sono adulti a loro volta: anche questa è una ruota naturale, che gira dolorosamente. Ne “La ricompensa”, infine, ho voluto misurarmi con un’altra verità: non è sempre vero che chi cerca trova e chi seguita vince, per citare Pirandello. Però è vero che qualunque sacrificio, se compiuto con buoni propositi e rette intenzioni, genera un seme che darà un frutto. Forse tardivo, forse diverso da come desiderato, addirittura postumo: la ricompensa magari non la raccoglierai tu, ma ci sarà.

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