Il coronavirus segnerà la fine del capitalismo più sfrenato: le riflessioni di Elsa, che insegna negli States

Viviamo in un mondo globalizzato, dove le notizie viaggiano sulla rete in tempo reale, eppure siamo ancora convinti che esista un ‘altrove’ che non possa mai toccarci. Continuiamo a pensare al mondo come parcellizzato in territori nazionali con barriere impenetrabili. La recente pandemia ci ha dimostrato il contrario.

Vivo negli Stati Uniti da 19 anni, mantenendo sempre stretti rapporti con la madre patria e, come tutti gli italiani, ho seguito da vicino il dilagare del coronavirus, soprattutto in Lombardia dove sono cresciuta e ho studiato. Inoltre, un membro della mia famiglia allargata è stato tra i primi ad essere contagiato, perché lavora in una scuola di Codogno, a pochi passi dall’ospedale. Motivo in più per avere notizie quotidiane e attendibili. Adesso sta bene: ha avuto la febbre, è stato e continua a stare a casa e ora dona il plasma, perché secondo i medici cinesi è un buon anticorpo per i contagiati in ospedale.

Guardando all’Italia e leggendo giornali internazionali, io singola cittadina (pur non essendo una virologa né una matematica statistica) sapevo che presto il virus avrebbe attraversato l’Atlantico e sarebbe arrivato negli Stati Uniti, spargendosi per i suoi 50 Stati in gran velocità. Insegno in una università in cui, come in molte altre università americane, le prime due settimane di marzo coincidono con il tanto agognato Spring Break, le vacanze di primavera. Già a fine febbraio, ero sicura che il ritorno degli studenti dalle loro destinazioni vacanziere – spesso nell’amatissima Europa – avrebbe significato l’arrivo del coronavirus nel campus. E così è stato.

Come da calendario accademico, l’attività didattica è ricominciata lunedì 9 marzo, ma alla sera stessa ho ricevuto una email dal magnifico rettore che informava che le lezioni sarebbero state sospese a partire dal giorno dopo, trasformandosi in versione online a partire dalla settimana successiva.

Intanto, però, gli studenti erano rientrati tutti nei loro dormitori, si erano seduti nelle classi, avevano mangiato tutti insieme in mensa e non appena avevano saputo della sospensione delle lezioni avevano iniziato a festeggiare notte e giorno, dando interminabili party. Il tutto almeno fino al sopraggiungere dell’indicazione a ritornare a casa entro il fine settimana.

Non solo la maggior parte dei ventenni hanno universalmente ancora in bocca il sapore dell’immortalità, ma probabilmente ancora nessuno aveva risposto a una semplicissima domanda: “Ma il coronavirus, esattamente, che cos’è?”

Neanche gli adulti sembravano capirlo: per festeggiare il giorno di San Patrizio nel week-end del 14 e 15 marzo la città era gremita di gente ubriaca per le strade a festeggiare, folle di persone nei bar, nelle discoteche, nei ristoranti. Tutto procedeva come se nulla fosse – nonostante le scuole pubbliche fossero state chiuse il 12 marzo. Ancora Spring Break per i bambini, con le spiagge della Florida prese d’assalto. Mai si era registrata una folla più grande a Clearwater beach, una delle spiagge più belle d’America. Tutti si sentivano protetti: d’altronde, tutti stavano bene, nessuno era malato.

Il pomposo e arrogante presidente degli Stati Uniti ha fatto quello che doveva fare: chiudere le frontiere, mettere in quarantena quelli che arrivavano dai Paesi compromessi, e poi comunque è solo un’influenza.

Verso la fine di marzo la gente ha iniziato a capire qualcosa, ma non ha ancora capito l’entità della portata. O almeno così credo io, vedendo ancora tante persone per strada, in automobile e a piedi che vanno al lavoro.

Da una decina di giorni, tutti i cittadini sono invitati a stare a casa. I ristoranti, i bar e moltissime attività commerciali sono chiuse, chi può lavora da casa, ma i cantieri sono ancora aperti, e vedo macchine che vanno e vengono, ancora tanta gente per strada. Non so se qui negli Stati Uniti ci potrà mai essere un vero e proprio lockdown. Questo, infatti, andrebbe a ledere uno dei principi base della costituzione americana, ovvero la libertà dell’individuo. Allora, per fare quello che si è fatto in Cina e in Italia, bisognerebbe sospendere i diritti costituzionali, cosa mai successa prima. Insomma, uscire o non uscire di casa, stare a distanza, incontrare le altre persone, è una scelta individuale, certamente fortemente consigliata, ma non può essere in nessun modo obbligata. Oggi pomeriggio, sotto casa mia, ho visto una ragazza che era venuta a prendere un’amica in macchina, erano vestite da palestra e stavano sicuramente andando ad allenarsi da qualche parte, insieme.

La settimana scorsa ho smesso scorsa di guardare i numeri. Ho smesso esattamente il 27 marzo. Il 26, l’America ha registrato 83.507 casi di contagiati – secondo i dati della Johns Hopkins University -, superando così l’Italia e la Cina; il giorno dopo, gli Stati Uniti hanno superato i 100.000 infetti, una cifra che mi ha lasciato senza fiato. Il mio sconcerto, da cittadina italiana e americana e che ha seguito i numeri dall’inizio, è legato al fatto che – nel momento in cui l’università ha dato l’allarme coronavirus nel campus, cioè il 9 marzo –, l’America aveva un vantaggio rispetto all’Italia di almeno tre settimane, ma i numeri hanno galoppato e le distanze si sono accorciate molto rapidamente, a un ritmo davvero insostenibile.

Adesso si inizia a capire. Adesso, solo dopo che a New York ci sono già più di 5.700 morti, e più di 3.000 nell’intera nazione. Disarmante.

Insieme ai numeri, ho smesso anche di guardare incessantemente le notizie: tutto era troppo surreale. Si andava dalla mancanza di carta igienica nei supermercati, alle interminabili file per comprare armi e munizioni; dalle numerose associazioni di disabili che esprimevano timori per i loro protetti in caso di razionamento dei respiratori, a una ragazza di diciassette anni morta di Covid-19 a cui erano state negate le cure a causa di mancanza di un’assicurazione medica; dai “posti letto” per persone senza tetto disegnati sull’asfalto in un parcheggio di Las Vegas, ai 6,5 milioni di persone che hanno fatto domanda per assegno di disoccupazione.

Ho detto da tempo, e continuo a dire, che qui in America ci sarà una carneficina. Si aspettano, ad essere ottimisti, dai 200.000 ai 300.000 morti. Questi numeri non sono solo dovuti a un maggior numero della popolazione rispetto a quella italiana e all’enorme ritardo di risposta al virus, ma anche al fatto che i letti disponibili in terapia intensiva sono in proporzione notevolmente inferiori rispetto a quelli italiani. A ciò va aggiunto che un americano su dieci è senza assicurazione medica e che molti sono anche gli immigrati illegali: categorie queste che non hanno accesso a cure mediche di norma.

Così come in Italia, anche negli Stati Uniti, i medici saranno costretti a fare scelte draconiane. Tuttavia, non ci sono disposizioni federali in merito e ogni stato decide per sé. In realtà, gli ospedali, che sono prevalentemente privati, hanno già emanato circolari con le loro nuove normative in caso in cui i pazienti sono contagiati da coronavirus: l’impressione generale è che il personale ospedaliero opererà in una totale discrezionalità – dietro, ci sono anche motivazioni di liability. Mi ha impressionato comunque il fatto che il paziente ha un limite di tempo per dare segni di ripresa, altrimenti staccano il respiratore.

Si passa da un sistema sanitario carente, a normative insufficienti di welfare sociale. Non ci sono “salvagenti” in caso di necessità: in confronto con l’Europa, praticamente non esistono maternità, cassa integrazione, malattie, ferie… Se lavori guadagni, se non lavori non guadagni. Semplice. Certo esistono lavori privilegiati, con tutti i benefit possibili, con così tanti benefit da non riuscire neanche a immaginarli. Insomma, l’America che noi italiani amiamo sognare. La realtà è che, nella maggior parte dei casi, non è così. L’americano di livello medio, medio-basso, non sa e non si immagina neanche che in altre parti del mondo le cose possano andare diversamente. Hanno l’idolatria della bandiera, e sono convinti di vivere nel migliore Paese possibile, l’unico Paese che garantisce pienamente la vera libertà, tra cui quella di circolare armati.

Anche gli Stati Uniti, che rimangono comunque il Paese più ricco del mondo, hanno destinato miliardi di dollari per lo stato d’emergenza. Manderanno un assegno piuttosto sostanzioso ad ogni americano, in base al reddito. Inoltre, si potrà fare domanda per assegni di disoccupazione. Questa settimana, più di sei milioni e mezzo di persone hanno fatto domanda, superando il record storico del 1982 di 650 mila. Sono numeri esorbitanti, che danno l’idea di un Paese in ginocchio.

Oltre al numero di morti altissimo, ci aspettiamo anche una crisi economica senza pari – e per non saper né leggere né scrivere – disinvestite il prima possibili i vostri risparmi in banca, prima del crollo totale, perché arriverà. Personalmente, mi aspetto anche tafferugli e scontri armati, non appena una buona fetta della popolazione comincerà ad avere davvero fame.

Questo scenario potrà essere fermato in tre circostanze: il virus non sopporta il caldo e desiste almeno nel periodo estivo (improbabile); si inizia ad utilizzare un farmaco che curi l’infezione; si commercializza un vaccino, ma ci vorrà del tempo.

Una cosa è certa: quando tutto questo sarà finito, si potranno fare i conti. Si potrà verificare quale dei sistemi socio-politici ha retto meglio di fronte alla pandemia: l’ex-comunismo della Cina; il sistema a base socialista dell’Europa; il capitalismo estremo americano; oppure, quella forma di dittatura russa? Personalmente, io credo che l’America ne uscirà perdente e forse – così come la caduta del muro di Berlino segnò la fine del comunismo – il coronavirus segnerà la fine del capitalismo più sfrenato, o meglio dovrà ripensare al ruolo dello stato nel proteggere gli strati più deboli della popolazione e gestire le forti disuguaglianze socio-economiche, a partire da un rinnovato sistema sanitario. Le prossime elezioni, in arrivo a novembre di quest’anno, potranno segnare quello spostamento verso una politica democratica sulla linea di Obama e forse ancor più ‘a sinistra’ – si capisce in termini americani. Senz’altro la pandemia insegnerà a questo Paese la necessità di coordinarsi socialmente, di ritornare a un senso più forte di comunità (su cui peraltro questo Paese è stato fondato), cercando di svincolarsi dall’individualismo sfrontato in cui è caduto negli ultimi decenni.

Forse sono solo desideri – i miei – ma certo ci sarà da imparare una grande lezione.

Elsa Filosa

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