Carlo Patriarca, “La sfida” ai tempi del coronavirus

Milanese di adozione, classe 1960, Carlo Patriarca è autore de Il campo di battaglia è il cuore degli uomini (Neri Pozza, 2013) e La Sfida (Rizzoli, 2018), libro che nell’ottobre 2019 ha vinto il Premio Internazionale Città di Como come il miglior romanzo storico, ex-aequo con Elena di Sparta di Loreta Minutilli.

La sfida è in parte ambientata durante l’epidemia di Spagnola del 1918. Il tema dell’epidemia quindi non è nuovo nella tua riflessione. Come vivi il tempo del coronavirus? 

Stiamo parlando di epoche diverse e situazioni del tutto imparagonabili, ma se mi chiedi come vivo in questi giorni penso spesso che prima eravamo felici e non lo sapevamo e mi trovo a ridimensionare tutte le vecchie cattive notizie e le grigie previsioni sull’Italia e sul nostro futuro. In fondo i nostri sono tutti problemi risolvibili e quando l’epidemia passerà (perché passerà) finalmente forse troveremo la forza per risolverli, ecco un primo aspetto positivo di questa vicenda. Allora ho provato a elencare  mentalmente altri lati favorevoli della nostra nuova condizione:  riduzione di traffico e inquinamento, prove di attività didattica online che di sicuro lasceranno tracce stabili nelle università e magari perfino nei licei, più attenzione alla pulizia personale e più coscienza sanitaria nei cittadini, un minor affollamento nei pronto soccorso degli ospedali cui a volte si ricorreva anche per motivi non necessari, riunioni di lavoro più brevi e meno logorroiche, maggiore consapevolezza della fragilità degli anziani e della vulnerabilità di un paese di  vecchi come il nostro.

Quale può essere l’effetto di un’epidemia su una cultura e una società?

Le epidemie possono trasformare la medicina in una branca dell’igiene pubblica che in passato (o in Paesi meno liberi del nostro) è diventata una branca delle forze di polizia. Questo è tanto più vero quanto meno disponiamo di rimedi e abbiamo nella prevenzione dal contagio l’arma più efficace. In queste situazioni, insomma, la medicina “comanda” e i cittadini devono obbedire.

Come sappiamo convivere con le costrizioni e le regole imposte dall’igiene pubblica?

Mi pare che nel complesso la risposta sia stata abbastanza disciplinata. La mancanza per ora di un vaccino è un’occasione per guardare alle epoche passate, in cui questa situazione era la regola, per vedere se e come siamo cambiati. Nella Sfida, a proposito della spagnola (i cui numeri spaventosi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli del coronavirus) racconto di come al di sopra delle prescrizioni dell’igiene pubblica ci fossero solo le esigenze della propaganda politica bellica, che in quei mesi giocò un ruolo importantissimo nel favorire la diffusione della malattia, minimizzandone la gravità attraverso lo strumento della censura. L’economia è il feticcio della nostra epoca, ma in questo caso le decisioni sanitarie non sono state frenate da ragioni di opportunità economica, e questo mi pare un bene.

Dall’epoca de La sfida ai giorni nostri: ci sono situazioni che si ripetono?

Nel romanzo racconto della chiusura della platea della Scala e di preti che sconsigliano messe e cortei funebri, di acquasantiere svuotate e di raccomandazioni di non sputare per terra, di dibattiti sull’utilità delle mascherine e di irrazionali paure miasmatiche. A volte in questi giorni mi è parso di vivere nel passato. Nelle epidemie l’uomo ripercorre spesso gli stessi passi, avanti e di lato.

Cosa ci ha lasciato l’epidemia di Spagnola e cosa ci lascerà il coronavirus?

Nel caso della spagnola si è assistito a una gigantesca rimozione, le cui ragioni sono finalmente analizzate dagli storici: oltre alla censura ideologica della stampa interventista e della politica, che temeva la demoralizzazione dell’esercito e bollava come disfattista qualsiasi notizia negativa, vi fu l’autocensura imbarazzata della classe medica, che usciva allora dalla stagione d’oro delle grandi scoperte microbiologiche di fine Ottocento e faticava ad ammettere di brancolare nel buio. Inoltre, l’ombra della memoria collettiva della grande guerra e la mancanza di interesse di grandi scrittori e giornalisti dell’epoca hanno finito per confinare la memoria della pandemia del 1918 nel privato delle storie famigliari.
Ma ogni epidemia è una storia a sé, sia perché gli scienziati ci spiegano che i virus cambiano di continuo e che questa loro plasticità rende difficile una ripresentazione identica dell’emergenza sanitaria, sia perché il modo di affrontare il contagio dipende molto dal mutare delle condizioni socio-politiche, il che fa delle pandemie un terreno di studio di grande interesse per lo storico moderno. Per quanto riguarda il coronavirus, penso che, almeno per un po’ di tempo, avremo più consapevolezza del nostro benessere. 

2 Comments

  1. Maria Ravarini ha detto:

    “… prima eravamo felici e non lo sapevamo… ” bellissimo!
    “… quando l’epidemia passerà (perché passerà)…” ancora più bello!

  2. Maria rosaria raspollini ha detto:

    Bravissimo Carlo
    Bravissimo 😉😊😊😊😊

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